Sempre più di frequente mamme e papà lamentano delle difficoltà riguardanti l’alimentazione dei loro bambini, raccontando episodi così emotivamente complessi da considerare il momento del pasto una vera e propria occasione di scontro e di malessere per tutto il sistema familiare. Non è inusuale confrontarsi con mamme che, in preda ad un profondo senso d’inadeguatezza, sono convinte che le difficoltà alimentari del figlio siano una colpa dovuta ad una loro difficoltà nella preparazione del pasto o determinata dall’incapacità di educare correttamente il proprio figlio. La mamma tenderà, così, a mettere in dubbio le sue capacità materne, sentendosi emotivamente ferita. Il malessere da lei percepito, caratterizzato da frustrazione, solitudine e rabbia, verrà poi riversato nella relazione di coppia, creando/alimentando profonde tensioni.
Per spezzare questo circolo vizioso è bene comprendere cosa accade nel momento del pasto e perché gli attori coinvolti (genitori e bambini) risultano così attivati a livello emotivo.
Bisogna, quindi, partire dal presupposto che il nutrire non è solo un atto finalizzato alla soddisfazione del bisogno fisiologico di sopravvivenza, ma costituisce anche un atto di relazione affettiva e di comunicazione, che coinvolge il bambino e coloro che si prendono cura di lui. Solo riconoscendo tale natura, diviene possibile per i genitori far chiarezza e riuscire a comprendere ed accogliere il messaggio sottostante il comportamento alimentare del proprio figlio.
L’allattamento, al seno o con biberon, infatti, costituisce un’importante esperienza relazionale, in cui la mamma ed il neonato si scambiano un codice affettivo e relazionale che resterà nella loro memoria per sempre. La mamma, in tale occasione, ascoltando ed accogliendo le comunicazioni del figlio, avrà modo di accettare e riconoscere la capacità del neonato/ bambino di autoregolarsi nell’assunzione di cibo, comprendendo che quando piange non sempre esprime il bisogno della fame, ma anche quello di essere pensato e riconosciuto come soggetto unico. Durante tutta la vita, quindi, il cibo non andrà a soddisfare solo un bisogno fisiologico, ma andrà anche a soddisfare il bisogno del bambino di sentirsi desiderato, accolto riconosciuto e rassicurato.
Se partiamo da queste considerazioni, appare chiaro come il momento del pasto sia occasione di scambio relazionale e comunicativo di messaggi affettivi. È proprio per la stretta connessione che c’è tra nutrimento e comunicazione che il malessere del bambino può, a volte, esprimersi attraverso il comportamento alimentare, in quanto l’ora del pasto può divenire il contesto in cui esprimere un disagio interiore. È, quindi, importante interpretare correttamente il pianto del bambino così da non rischiare di rispondere sempre alle comunicazioni del piccolo in unico modo, cioè attraverso il cibo.
Un altro aspetto importante è che ogni bambino è diverso da un altro e, quindi, ognuno avrà uno schema di alimentazione e di crescita personale. I genitori sono chiamati a riconoscere questo aspetto di diversità e peculiarità. L’alimentazione, infatti, oltre a rappresentare per il bambino una modalità relazionale molto importante, costituisce anche un modo per esprimere ed esercitare un proprio spazio decisionale. Attraverso l’alimentazione Il bambino afferma la sua autonomia.
Per concludere è possibile constatare quanto sia fondamentale che i genitori riconoscano come l’emozionalità che si accompagna al pasto e all’alimentazione sia un elemento imprescindibile per comprendere il bambino e occuparsi del suo benessere, considerando inoltre l’importanza che tale processo riveste nell’affermazione dell’autonomia del proprio figlio.
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